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DOI 10.1714/2835.28626 Scarica il PDF (95,3 kb)
G Ital Cardiol 2017;18(12 Suppl. 1):3S-10S



Il trattamento dell’infarto miocardico
acuto nel 2017

Giovanni Cimmino1, Davide D’Andrea2, Ciro Mauro2, Carmine Morisco3, Plinio Cirillo3

1Dipartimento di Scienze Cardiotoraciche e Respiratorie, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, Napoli

2U.O.C. Cardiologia-UTIC, A.O.R.N. Cardarelli, Napoli

3Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate, Università degli Studi “Federico II”, Napoli

Acute myocardial infarction is a clinical cardiac emergency associated with potential and substantial morbidity and mortality. This disorder is triggered by an acute coronary syndrome caused by episodes of plaque ulceration, fissuration, or rupture with subsequent production of thrombogenic material and intravascular thrombus formation. The presence or absence of ST-segment elevation on the ECG defines the two main clinical spectrum of ST-segment elevation or non-ST-segment elevation myocardial infarction. In the last three decades, pharmacological and interventional management as well as in-hospital care have dramatically improved. Recent advances in antithrombotic strategies, percutaneous access (radial versus femoral), timing of revascularization, new generation coronary stents, lipid profile management, and cardiac rehabilitation programs at discharge have lead the European Task Force on ST-Elevation Myocardial Infarction to revise the 2012 guidelines and to release, in the current year, an updated version.

Key words. In-hospital management; Lipid profile; Myocardial infarction; Thrombosis.

INTRODUZIONE

Il trattamento dei pazienti che si presentano con diagnosi di infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) o transmurale è stato oggetto di continuo e costante aggiornamento, determinato dal progressivo miglioramento delle strategie farmacologiche e non. Nello specifico, numerose evidenze derivate da studi randomizzati e registri dal 2012, anno di pubblicazione delle precedenti linee guida dalla Società Europea di Cardiologia (ESC), ad oggi, hanno consentito di effettuare un significativo passo in avanti nel definire le migliori strategie comportamentali da mettere in atto alla presentazione, durante e dopo l’evento STEMI, concretizzatesi nella recente pubblicazione delle nuove linee guida per il trattamento dello STEMI1.

GESTIONE DEL DOLORE ANGINOSO, DELLA DISPNEA E DELL’ANSIA

La gestione/risoluzione del dolore anginoso è considerata di fondamentale importanza, non solo per ridurre lo stato di discomfort del paziente ma anche perché il dolore è associato ad attivazione del sistema simpatico, responsabile della vasocostrizione e dell’incremento del lavoro cardiaco nonché del consumo di ossigeno2. Gli oppioidi (quali la morfina) somministrati per via endovenosa sono gli analgesici più comunemente usati in questo contesto. Ciononostante, l’utilizzo della morfina sembra essere associato a modifiche della farmacocinetica e dell’assorbimento degli inibitori del recettore del P2Y12 utilizzati come antiaggreganti orali (clopidogrel, ticagrelor, prasugrel), riducendo anche significativamente il loro effetto antitrombotico in un contesto clinico la cui fisiopatologia riconosce nell’aggregazione piastrinica uno dei meccanismi fondamentali2-6.

Lo stato d’ansia rappresenta una risposta naturale alla presenza del dolore anginoso, alla dispnea ad esso correlata e alle circostanze che si presentano in un infarto miocardico7. L’utilizzo di benzodiazepine a basso dosaggio può essere considerato in queste circostanze8.

La gestione della dispnea rappresenta un altro momento importante nella gestione iniziale del paziente STEMI. La somministrazione di ossigeno è indicata nei pazienti con una saturazione arteriosa <90%. Alcune evidenze hanno indicato che la somministrazione di ossigeno in pazienti con saturazione non inferiore al 95% possa determinare un effetto paradosso con aumento del danno miocardico9,10.

TERAPIA INTERVENTISTICA

Molte delle principali differenze tra le linee guida 2017 e le precedenti riguardano vari aspetti della terapia interventistica nel paziente STEMI.

Accesso arterioso

Numerosi studi pubblicati negli ultimi anni hanno chiaramente indicato che l’approccio radiale rappresenta quello preferenziale per l’esecuzione dell’angioplastica coronarica (PCI) primaria in pazienti STEMI11. Lo studio MATRIX (Minimizing Adverse Hemorrhagic Events by Transradial Access Site and Systemic Implementation of Angiox) ha arruolato 8404 pazienti con diagnosi di sindrome coronarica acuta (SCA), dei quali il 48% con STEMI12. I pazienti sono stati sottoposti alla procedura previa randomizzazione all’esecuzione con accesso radiale o femorale. Nei pazienti del braccio randomizzato ad accesso radiale è stata osservata una incidenza più bassa di sanguinamento al sito di accesso, di complicanze vascolari e di necessità di trasfusioni12. Inoltre, è stato documentato un significativo beneficio in termini di mortalità nei pazienti appartenenti al gruppo accesso radiale, che rinforza le precedenti osservazioni degli studi RIVAL (Radial Versus Femoral Access for Coronary Intervention)13 e RIFLE-STEACS (Radial Versus Femoral Randomized Investigation in ST-elevation Acute Coronary Syndrome)14. Nessuna discriminante significativa è stata osservata nello studio MATRIX tra il tipo di SCA e i benefici del trattamento, suggerendo che i risultati dello studio possono essere estesi con sicurezza al trattamento dei pazienti STEMI (linee guida 2012: classe di raccomandazione IIa; linee guida 2017: classe di raccomandazione I)1,12,15.

Scelta dello stent

Lo stenting coronarico rappresenta la tecnica di scelta durante PCI primaria16. In confronto alla sola angioplastica con palloncino, l’utilizzo di stent metallici (BMS) non a rilascio di farmaco è associato ad un rischio più basso di reinfarto e di rivascolarizzazione del vaso target ma non ad una riduzione della mortalità17,18. Nella PCI primaria, l’utilizzo di stent medicati (DES) riduce il rischio di rivascolarizzazioni ripetute del vaso target se comparato ai BMS19. I DES di nuova generazione hanno mostrato una sicurezza superiore ed un’efficacia conservata o anche migliorata rispetto alla prima generazione di DES. In particolare, rispetto ai DES di prima generazione, è stata osservata una riduzione significativa della trombosi di stent e del rischio di sviluppare episodi di infarto miocardico ricorrente. In due trial recenti (COMFORTABLE AMI [The Effect of Biolimus-Eluting Stents with Biodegradable Polymer vs. Bare-Metal Stents on Cardiovascular Events Among Patients with AMI]20 ed EXAMINATION [Everolimus-Eluting Stents versus Bare-Metal Stents in ST-segment Elevation Myocardical Infarction]21), la nuova generazione di DES ha dimostrato di essere superiore ai BMS nei pazienti con infarto miocardico acuto, principalmente in termini di necessità di reintervento. Il follow-up a 5 anni dello studio EXAMINATION ha mostrato una riduzione della mortalità da DES rispetto a BMS. Nello studio NORSTENT (Norwegian Coronary Stent Trial)22, 9013 pazienti sottoposti a PCI (26% con STEMI) sono stati randomizzati a trattamento con DES o BMS. Ad un follow-up medio di 5 anni non sono state osservate differenze nell’endpoint primario (morte per qualsiasi causa o infarto miocardico spontaneo o non fatale). Tuttavia, nei pazienti trattati con DES è stata osservata una ridotta incidenza di trombosi dello stent (0.8 vs 1.2%; p=0.0498), di rivascolarizzazione del vaso target o di nuove rivascolarizzazioni (16.5 vs 19.8%; p<0.001). Pertanto, lo stent da utilizzare deve essere un DES (linee guida 2012: classe di raccomandazione IIa; linee guida 2017: classe di raccomandazione I)1,15.

Tromboaspirazione

Numerosi piccoli studi ed una metanalisi che includeva 11 trial con relativamente pochi pazienti avevano indicato il potenziale beneficio derivato dall’esecuzione della tromboaspirazione manuale durante PCI primaria23,24. Recentemente, due grandi studi controllati e randomizzati che hanno arruolato, rispettivamente, oltre 10 000 e 7000 pazienti, adeguatamente disegnati per valutare la potenziale superiorità della tromboaspirazione manuale rispetto alla PCI convenzionale, hanno indicato come l’utilizzo routinario di tale metodica non si associ ad alcun beneficio reale dal punto di vista dell’outcome clinico25-28. Inoltre, lo studio TOTAL (Trial of Routine Aspiration Thrombectomy with PCI versus PCI Alone in Patients with STEMI), che ha arruolato 10 732 pazienti, ha evidenziato un incremento del rischio di ictus ischemico nei pazienti sottoposti a tromboaspirazione, sollevando riserve sulla sicurezza di questa metodica29. Negli studi TASTE (Thrombus Aspiration During ST-segment Elevation Myocardial Infarction) e TOTAL, l’1-5% dei pazienti randomizzati sono passati dalla sola PCI alla tromboaspirazione27. Basandoci su questi dati e sui risultati di una recente metanalisi, la tromboaspirazione non è raccomandata di routine, ma può essere presa in considerazione solo in casi di trombo residuo di grandi dimensioni in seguito all’apertura del vaso con un filo guida od un palloncino (linee guida 2012: classe di raccomandazione IIa; linee guida 2017: classe di raccomandazione III)1,15.

Rivascolarizzazione coronarica multivasale

Il 50% circa dei pazienti con STEMI presenta alla coronarografia una malattia multivasale30,31. Risulta intuitivo che la procedura interventistica eseguita in urgenza (PCI primaria) deve essere finalizzata alla ricanalizzazione del vaso responsabile dell’evento. Viceversa, le evidenze che supportano una rivascolarizzazione immediata (preventiva) di altre stenosi coronariche significative rimangono controverse30. È stato riportato che pazienti con estesa coronaropatia e coinvolgimento di più coronarie, oltre a quella responsabile dell’evento acuto (IRA) hanno un più basso tasso di recupero del tratto ST ed una prognosi avversa dopo PCI primaria30. Uno studio eseguito su 214 pazienti STEMI con malattia multivasale suddivisi in tre bracci (angioplastica dell’IRA solamente, trattamento simultaneo di lesioni non-IRA o rivascolarizzazione stadiata delle lesioni non interessanti l’IRA) ha dimostrato che, ad un follow-up medio di 2.5 anni, i pazienti sottoposti a rivascolarizzazione della sola IRA avevano più eventi cardiaci avversi maggiori (morte, reinfarto, riospedalizzazione per SCA e rivascolarizzazione coronarica ripetuta) rispetto ai pazienti trattati con le altre strategie32. Dopo questo studio, quattro trial clinici randomizzati hanno confrontato la PCI dell’IRA contro una completa rivascolarizzazione: lo studio PRAMI (Preventive Angioplasty in Acute Myocardial Infarction; n = 465, follow-up di 23 mesi)33, lo studio CvLPRIT (Complete Versus Lesion-Only Primary PCI; n = 296, follow-up di 12 mesi)34, lo studio DANAMI-3–PRIMULTI (Complete Revascularization versus Treatment of the Culprit Lesion Only in Patients with ST-segment Elevation Myocardial Infarction and Multivessel Disease; n = 627, follow-up di 27 mesi)35 e lo studio Compare-Acute (Comparison Between FFR Guided Revascularization Versus Conventional Strategy in Acute STEMI Patients With Multivessel Disease; n = 885, follow-up di 12 mesi)36. I risultati di questi studi hanno indicato che la rivascolarizzazione mediante PCI anche della non-IRA, eseguita sia durante la procedura primaria che successivamente nell’ambito dello stesso ricovero, si associa ad una significativa riduzione dell’endpoint primario in tutti e quattro gli studi. La mortalità totale non era statisticamente diversa in nessuno dei quattro studi. Rivascolarizzazioni ripetute erano ridotte significativamente nel gruppo sottoposto a rivascolarizzazione completa nei trial PRAMI, DANAMI-3–PRIMULTI e Compare-Acute. L’incidenza di infarto non fatale era ridotta nel gruppo non-IRA PCI solamente nel PRAMI. La mancanza di un significativo effetto del trattamento di lesioni non-IRA sugli eventi morte o infarto miocardico erano confermati da tre metanalisi37-39 (nessuna di queste includeva gli studi Compare-Acute e DANAMI-3–PRIMULTI). Sulla base di questi dati, la rivascolarizzazione delle lesioni non-IRA dovrebbe essere considerata prima della dimissione nei pazienti STEMI con malattia multivasale (linee guida 2012: classe di raccomandazione III; linee guida 2017: classe di raccomandazione IIa)1,15.

Terapia anticoagulante

Gli anticoagulanti utilizzati durante PCI primaria sono l’eparina non frazionata (ENF), l’enoxaparina e la bivalirudina. I risultati dello studio OASIS-6 (Organizzation for the Assessment of Strategies for Ischemic Syndromes 6) hanno escluso la possibilità di utilizzare il fondaparinux durante PCI primaria40. L’impiego dell’ENF nella PCI primaria deriva prevalentemente da una grande esperienza con questo farmaco, ma non ci sono trial clinici disegnati ad hoc che abbiano valutato il suo impiego in questo contesto clinico-interventistico. Il dosaggio dovrebbe seguire raccomandazioni standard per PCI (bolo iniziale 70-100 U/kg). L’ENF è stata confrontata con una terapia alternativa rappresentata da bolo endovenoso di enoxaparina 0.5 mg/kg nello studio ATOLL (Acute Myocardical Infarction Treated with Primary Angioplasty and Intravenous Enoxaparin or Unfractionated Heparin to Lower Ischemic and Bleeding Events at Short- and Long-Term Follow-up), che includeva 910 pazienti STEMI41. L’endpoint composito primario di morte a 30 giorni, infarto e sanguinamento maggiore non è stato significativamente ridotto da enoxaparina (p=0.063), ma è stata riportata una riduzione dell’endpoint secondario composito di morte, reinfarto o rivascolarizzazione urgente41. Di particolare importanza è stata l’osservazione del mancato aumento di sanguinamenti a seguito dell’uso di enoxaparina rispetto ad ENF. Inoltre nell’87% della popolazione dello studio, l’enoxaparina per via endovenosa si è dimostrata superiore all’ENF nel ridurre l’endpoint primario, gli endpoint ischemici, la mortalità e i sanguinamenti maggiori42. In una metanalisi di 23 studi sulla PCI (per un totale di 30 966 pazienti, il 33% dei quali sottoposti a PCI), l’enoxaparina è risultata associata ad una riduzione significativa della mortalità rispetto all’ENF. Questo effetto è stato particolarmente significativo nel contesto della PCI primaria ed è stato associato ad una riduzione dei sanguinamenti maggiori43. Sulla base di queste considerazioni, l’enoxaparina dovrebbe essere presa in considerazione nel trattamento farmacologico dello STEMI (linee guida 2012: classe di raccomandazione IIb; linee guida 2017: classe di raccomandazione IIa).

Cinque studi randomizzati hanno confrontato bivalirudina vs ENF con o senza l’uso di inibitori della glicoproteina IIb/IIIa nei pazienti STEMI44-48. Una metanalisi di questi studi non ha mostrato alcun vantaggio in termini di mortalità e di riduzione del rischio di sanguinamento maggiore nell’utilizzo della bivalirudina. Viceversa, è stato evidenziato un aumento del rischio di trombosi acuta dello stent49. Nel recente trial MATRIX, che includeva 7213 pazienti con SCA (il 56% con STEMI), la bivalirudina non ha determinato una riduzione dell’incidenza dell’endpoint primario (morte, infarto o ictus) rispetto all’ENF. La bivalirudina è risultata associata ad una più bassa mortalità totale e cardiovascolare, minore sanguinamento e trombosi di stent50. Una sottoanalisi dello studio, recentemente pubblicata, ha confermato la mancanza di interazione statistica tra tipo di SCA ed outcome51. Lo studio MATRIX ha dimostrato che prolungare l’infusione di bivalirudina dopo PCI non migliorava i risultati rispetto all’infusione di bivalirudina limitata unicamente alla durata della PCI50. Tuttavia, un’analisi post-hoc ha suggerito che prolungare la somministrazione di bivalirudina con un dosaggio pari a quello utilizzato durante PCI si associa ad un minor rischio di sviluppare eventi ischemici e sanguinamenti50. In base a questi risultati, l’utilizzo della bivalirudina può essere preso in considerazione come terapia anticoagulante nei pazienti STEMI ad alto rischio emorragico52,53. La bivalirudina è inoltre raccomandata nei pazienti con trombocitopenia indotta da eparina (linee guida 2012: classe di raccomandazione I; linee guida 2017: classe di raccomandazione IIa).

DURATA DEL RICOVERO

La durata ottimale del ricovero in terapia intensiva e nel reparto di degenza dovrebbe essere determinata su base individuale, considerando il rischio cardiaco del paziente, la presenza di comorbilità, le condizioni generali e, infine, il contesto sociale a cui il paziente viene riconsegnato dopo l’evento acuto. L’aumento dei casi in cui la riperfusione miocardica è stata correttamente eseguita con successo e la corretta valutazione delle altre lesioni coronariche eventualmente presenti/trattate hanno consentito di accorciare significativamente la durata dell’ospedalizzazione e la mortalità a 30 giorni. Questi risultati suggeriscono che la dimissione precoce post-STEMI è possibile e non gravata da mortalità importante54,55. Diversi studi hanno dimostrato che i pazienti a basso rischio sottoposti a PCI primaria ed eventualmente a rivascolarizzazione completa, possono essere dimessi in sicurezza dall’ospedale a distanza di 2-3 giorni dalla procedura55-61. Naturalmente, è necessaria l’attenta valutazione dei pazienti mediante semplici criteri tra i quali i preferibili sono quelli dello studio PAMI-II (Second Primary Angioplasty in Myocardial Infarction), o l’indice Zwolle per l’angioplastica57,58. I criteri PAMI-II identificano come pazienti a basso rischio: pazienti di età <70 anni, con frazione di eiezione ventricolare sinistra >45%, uno o due vasi malati, PCI efficace e assenza di aritmia persistente.

Risulta intuitivo che un ricovero ospedaliero breve implica un tempo limitato per una corretta educazione farmacologica del paziente e per una corretta indicazione dei comportamenti finalizzati a mettere in atto un’adeguata prevenzione secondaria. Di conseguenza, è necessario programmare una precoce valutazione al follow-up post-dimissione con un cardiologo, un medico di base o un infermiere specializzato ed essere rapidamente iscritti in un programma formale di riabilitazione, sia in ospedale che su base ambulatoriale (linee guida 2012: classe di raccomandazione IIb; linee guida 2017: classe di raccomandazione IIa).

TERAPIA ANTIAGGREGANTE

Il cangrelor è un farmaco in grado di inibire in maniera reversibile il recettore piastrinico P2Y12, sito di attacco di altri farmaci ad azione antiaggregante come ticagrelor, prasugrel e clopidogrel, utilizzati routinariamente per la doppia terapia antiaggregante (DAPT) in pazienti con SCA. Differentemente dagli altri farmaci, il cangrelor può essere somministrato per via parenterale ottenendo un rapido effetto sull’aggregazione piastrinica. La reversibilità del legame al suo recettore rende gli effetti farmacologici rapidamente reversibili62. Il cangrelor è stato valutato vs clopidogrel in tre studi randomizzati che hanno arruolato pazienti sottoposti a PCI per angina stabile o SCA63-65. Dall’analisi di questi tre trial emerge che il cangrelor è in grado di ridurre significativamente gli eventi ischemici periprocedurali al costo però di un incrementato rischio emorragico66. Gli studi condotti con il cangrelor hanno però il limite del mancato utilizzo dei nuovi e più potenti inibitori del recettore P2Y12 (prasugrel o ticagrelor), limitandone pertanto l’applicabilità nell’attuale gestione dei pazienti STEMI63. Ciononostante, cangrelor può essere considerato nei pazienti STEMI non pre-trattati con inibitori orali di P2Y12 al momento della PCI. Il farmaco può essere inoltre somministrato nei pazienti STEMI che sono impossibilitati ad assumere farmaci per os (intubati, shock cardiogeno, ipotermia, ecc.).

ADERENZA ALLA TERAPIA

L’outcome clinico peggiora significativamente nei pazienti che presentano una scarsa aderenza alla terapia67. In particolare, se il controllo ambulatoriale post-STEMI viene eseguito a distanza dall’evento acuto, si associa a bassa aderenza alla terapia nel breve e lungo termine68. In una metanalisi condotta su 376 162 pazienti, l’aderenza alla terapia cardiovascolare è stata stimata essere di circa il 57% dopo 2 anni69. È generalmente riconosciuto che diverse componenti sono responsabili dell’aderenza o meno alla terapia post-STEMI. In particolare, l’estrazione sociale, le condizioni economiche, il sistema sanitario di appartenenza sembrano essere in grado di influenzare l’aderenza70. Una potenziale strategia suggerita al fine di ridurre la scarsa aderenza è rappresentata dall’utilizzo di una combinazione di farmaci a dose fissa o “polypill”, che includa i farmaci chiave per ridurre il rischio cardiovascolare71,72. Lo studio FOCUS (Fixed-Dose Combination Drug for Secondary Cardiovascular Prevention) è attualmente l’unico studio, di fase 2, che coinvolge 695 pazienti post-STEMI, randomizzati a terapia convenzionale o strategia terapeutica combinata con un’unica pillola comprendente aspirina, inibitore dell’enzima di conversione dell’angiotensina e statina. In questo studio, dopo 9 mesi di follow-up, il gruppo “polypill” ha mostrato una migliore aderenza rispetto al gruppo che assumeva i farmaci separatamente73. Sono necessari trial di più ampie dimensioni per confermare un beneficio clinico nella prevenzione secondaria. Nel frattempo, le linee guida sottolineano in maniera significativa la necessità di un’attenta comunicazione tra medico e paziente durante il ricovero, alla dimissione e durante il controllo post-dimissione, per fornire informazioni chiare, semplificare i regimi di trattamento ed evitare una scarsa aderenza alla terapia74.

DURATA DELLA DOPPIA TERAPIA ANTIAGGREGANTE E TERAPIE ANTITROMBOTICHE COMBINATE

La DAPT con aspirina ed inibitore del recettore P2Y12 (prasugrel, ticagrelor o clopidogrel) è raccomandata nei pazienti con diagnosi di STEMI indipendentemente dall’esecuzione della PCI primaria per non meno di 12 mesi75,76. L’opportunità di ridurre la DAPT ad almeno 6 mesi è stata presa in considerazione nei pazienti con elevato rischio emorragico. Diversi studi hanno indicato che accorciare la DAPT a 6 mesi riduce il rischio di complicanze emorragiche maggiori, senza avere alcun impatto negativo sugli eventi ischemici77,78. Viceversa, attualmente soltanto due studi con numerosi pazienti hanno mostrato come il prolungamento della DAPT oltre i 12 mesi possa essere associato ad una riduzione degli eventi ischemici non fatali79,80. Tuttavia lo studio DAPT (Dual Antiplatelet Therapy Study) ha arruolato soltanto il 10% circa di pazienti con STEMI, fornendo pertanto informazioni limitate sul reale vantaggio di prolungare la DAPT con clopidogrel o prasugrel fino a 30 mesi in questa categoria di pazienti. Pertanto, non ci sono raccomandazioni formali circa l’uso di clopidogrel o prasugrel oltre i 12 mesi80, anche se documenti di consenso sono stati redatti a tal proposito81.

Più recentemente, lo studio PEGASUS-TIMI 54 (Prevention of Cardiovascular Events in Patients with Prior Heart Attack Using Ticagrelor Compared to Placebo on a Background of Aspirin-Thrombolysis in Myocardial Infarction 54) ha valutato l’impatto di due differenti dosi di ticagrerol (60 mg e 90 mg bid) vs placebo in pazienti con storia di infarto miocardico da 1-3 anni e con un alto profilo di rischio ischemico. I risultati dello studio hanno evidenziato una riduzione degli eventi cardiaci avversi maggiori con ticagrelor 90 mg79. Non si apprezzava una significativa riduzione della mortalità totale, ma era documentata riduzione della mortalità cardiovascolare (unendo le dosi) coerente con la riduzione degli outcome non fatali. Inoltre, lo studio ha evidenziato che al dosaggio di 60 mg (ma non di 90 mg), il ticagrelor era in grado di ridurre significativamente il rischio di ictus rispetto alla monoterapia con sola aspirina79. Naturalmente, la DAPT prolungata con ticagrerol si associava ad un rischio significativamente maggiore di sviluppare eventi emorragici. La popolazione dello studio PEGASUS-TIMI 54 includeva oltre il 50% di pazienti con diagnosi di STEMI. I risultati dello studio permettono di considerare nelle nuove linee guida l’estensione della DAPT con aspirina e ticagrerol 60 mg oltre 1 anno (fino a 3 anni) sotto forma di aspirina e ticagrelor 60 mg bid nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare che hanno tollerato la DAPT per 12 mesi senza sanguinamento79.

Nei pazienti con STEMI, accanto alla terapia antiaggregante, nello studio ATLAS ACS 2-TIMI 51 (Acute Coronary Syndrome-Thrombolysis in Myocardial Infarction 51; n = 15 526, 50% con STEMI) è stato considerato l’utilizzo di rivaroxaban a basso dosaggio (2.5 mg bid) in associazione ad aspirina e clopidogrel. Ad un follow-up di 13 mesi, l’utilizzo di questa combinazione terapeutica ha ridotto l’endpoint primario di morte cardiovascolare, infarto miocardico o ictus, nonché la mortalità per tutte le cause82. La trombosi di stent è stata ridotta di un terzo. Tuttavia, questa terapia è risultata responsabile dell’aumento di 3 volte dei sanguinamenti maggiori non correlati all’intervento di bypass aortocoronarico e di emorragia intracranica. In base ai risultati dello studio ATLAS ACS 2-TIMI 51, le nuove linee guida considerano la possibilità di somministrare rivaroxaban (2.5 mg bid) in associazione ad aspirina e clopidogrel in pazienti STEMI selezionati con basso rischio emorragico82.

TERAPIA IPOLIPEMIZZANTE

Le nuove linee guida pongono particolare attenzione alla riduzione dei livelli di colesterolemia, in particolare dei livelli di colesterolo LDL.

I benefici derivanti dalla terapia con statine nella prevenzione secondaria sono stati dimostrati in numerosi studi83 e diversi trial clinici hanno mostrato i vantaggi di una precoce applicazione della terapia con statine ad alto dosaggio nei pazienti con SCA84,85. Una recente metanalisi che ha incluso studi che confrontavano la riduzione dei livelli plasmatici di colesterolo LDL con terapia aggressiva con statine ha indicato che l’utilizzo di statine ad alto dosaggio si associava ad una significativa riduzione del rischio di morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale, ictus ischemico e rivascolarizzazione coronarica86. Pertanto, le statine sono raccomandate in tutti i pazienti con infarto miocardico acuto, indipendentemente dalla colesterolemia alla presentazione.

L’utilizzo dei farmaci ad azione ipolipemizzante dovrebbe essere iniziato precocemente, al fine di incrementare l’adesione del paziente alla terapia dopo il ricovero. Inoltre, come ribadito precedentemente, è necessario utilizzare alti dosaggi se si desiderano ottenere i maggiori benefici sull’outcome clinico. Anche nei pazienti che risultano essere già in terapia con statine ma a basso o medio dosaggio, risulta utile il passaggio ad una dose maggiore a meno che non vi sia riscontro anamnestico di intolleranza alla terapia statinica ad alta intensità o ad altre caratteristiche che possono influenzare la sicurezza87-89. L’obiettivo del trattamento è quello di ottenere livelli di colesterolo LDL <1.8 mmol/l (<70 mg/dl) o una riduzione di almeno il 50% a fronte di valori basali 1.8-3.5 mmol/l (70-135 mg/dl)86. Le statine a basso dosaggio dovrebbero essere somministrate unicamente nei pazienti a rischio di sviluppare effetti collaterali (es. anziani, insufficienza epatica o renale, effetti collaterali precedenti o interazione con terapia concomitante essenziale). Nel post-infarto, il profilo lipidico è soggetto a cambiamenti fasici, con piccole riduzioni del colesterolo totale, LDL e HDL, e incrementi dei trigliceridi entro le prime 24 h90,91. Un profilo lipidico dovrebbe pertanto essere ottenuto il più presto possibile dopo il ricovero per STEMI e può essere potenzialmente effettuato non necessariamente a digiuno. I valori colesterolemici devono essere rivalutati 4-6 settimane dopo l’evento al fine di determinare se siano stati raggiunti i valori target di sicurezza. Risultati di trial con alte dosi di atorvastatina e simvastatina confermano il beneficio derivato da entrambe le statine ma ad alto dosaggio92. Nei pazienti con documentata intolleranza a questa classe di farmaci indipendentemente dal dosaggio, deve essere preso in considerazione il trattamento con ezetimibe. Nello studio IMPROVE-IT (Improved Reduction of Outcomes: Vytorin Efficacy International Trial), 18 144 pazienti con recente SCA (il 29% con STEMI) sono stati randomizzati al trattamento con ezetimibe 10 mg/simvastatina 40 mg o sola simvastatina 40 mg (la simvastatina è stata titolata a 80 mg in presenza di valori di colesterolo LDL >79 mg/dl o 2.04 mmol/l). Durante un periodo di 7 anni, l’endpoint primario composto da morte cardiovascolare, infarto miocardico, ospedalizzazione per angina instabile, rivascolarizzazione coronarica, o ictus è risultato significativamente più basso nel braccio in trattamento combinato rispetto al braccio in terapia con la sola statina (32.7 vs 34,7%; hazard ratio [HR] 0.94, intervallo di confidenza [IC] 95% 0.89-0.99)93. I dati recenti provenienti dagli studi di fase I-III mostrano che gli inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9) diminuiscono il colesterolo LDL fino al 60%, sia in monoterapia che in aggiunta ad una statina, e hanno anche effetti benefici sui trigliceridi e sul colesterolo HDL94-97. Metanalisi di trial esistenti con più di 10 000 pazienti indicano un significativo vantaggio per la mortalità (HR 0.45, IC 95% 0.23-0.86) ma si basano relativamente su pochi endpoint95,98. Lo studio FOURIER (Further Cardiovascular Outcomes Research with PCSK9 Inhibition in Subjects with Elevated Risk) ha arruolato 27 564 pazienti con malattia aterosclerotica, fattori di rischio aggiuntivi e colesterolo LDL ≥70 mg/dl (1.8 mmol/l), che avevano già ricevuto statine a medio ed alto dosaggio. La somministrazione di evolocumab ha determinato la riduzione dell’endpoint primario di morte cardiovascolare, infarto miocardico, ictus, ospedalizzazione per angina instabile o necessità di rivascolarizzazione coronarica, del 15% in tasso relativo e dell’1.5% in percentuale assoluta. Non sono state osservate differenze nella mortalità per tutte le cause o cardiovascolare, né negli eventi avversi96. Dato il modesto effetto a 2 anni e l’assenza di riduzione della mortalità, il suo utilizzo dovrebbe ancora essere limitato a pazienti a rischio elevato. Ad oggi le evidenze restano relativamente limitate, pertanto i medici dovrebbero considerare l’aggiunta di un trattamento non statinico ai pazienti ad alto rischio che non raggiungono i target di trattamento dopo STEMI nonostante la massima dose di statina tollerata.

RIASSUNTO

L’infarto miocardico acuto è un’emergenza cardiologica associata a significativa morbilità e mortalità e correlata a placche coronariche vulnerabili ed instabili che, in seguito all’instaurarsi di ulcerazioni, fissurazioni o rotture, generano materiale trombogenico, inducendo la formazione di trombi nel lume vascolare. La presenza, o l’assenza, all’ECG di sopraslivellamento del tratto ST classifica una sindrome coronarica acuta come infarto miocardico con o senza sopraslivellamento del tratto ST. Negli ultimi tre decenni si è assistito a notevoli progressi in ambito farmacologico ed interventistico, così come nelle cure intraospedaliere. I recenti miglioramenti delle strategie antitrombotiche, dell’accesso percutaneo (radiale invece che femorale), del timing della rivascolarizzazione, degli stent di ultima generazione, delle terapie ipolipemizzanti e dei protocolli di riabilitazione cardiologica alla dimissione hanno portato la Task Force della Società Europea di Cardiologia sull’infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST a revisionare le linee guida del 2012 e a rilasciarne quest’anno una versione aggiornata.

Parole chiave. Infarto miocardico; Management intraospedaliero; Profilo lipidico; Trombosi.

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