Note per un nuovo inizio
Alla fine, quello che doveva essere il termine di un mandato è diventato un giro di boa. La Federazione Italiana di Cardiologia ha deciso di rinnovare la fiducia all’attuale comitato editoriale del Giornale Italiano di Cardiologia (GIC) per altri tre anni; invece di un congedo, siamo pertanto a presentare quello che è solo un bilancio intermedio, una analisi ad interim del lavoro svolto. Con annesso l’auspicio di fare di meglio.
D’altra parte, di fronte alla apparente staticità di questa scelta, molte cose sono cambiate in questi anni, ed altre stanno cambiando. Come traspare dalla nuova veste grafica, è cambiata la casa editrice: e non è piccola cosa per un giornale. Il Pensiero Scientifico Editore rappresenta un interlocutore importante, e garantisce al GIC un grande potenziale di crescita e di miglioramento. L’inizio di questi tre nuovi anni di mandato ha pertanto un suo battesimo formale, che ci sembra di buon augurio. Ma in questo periodo è cambiato anche il contenuto: sono nate nuove rubriche (Processo ai Grandi Trial, Il Caso e la Necessità, Informalmente, Controversie), attraverso le quali si è cercato di diversificare il contenuto, di renderlo più vario e, perché no, più divertente. È stato introdotto il concetto di presentare in modo accattivante il contenuto di ciascun fascicolo con una introduzione/riassunto; scelta che è stata in genere apprezzata e, speriamo, ha invogliato più di qualcuno ad andare oltre le prime pagine. È infine cambiata in modo drastico l’attenzione al sito web del Giornale, che ha visto aumentare in modo impressionante il numero degli accessi, a conferma di un crescente ruolo dell’editoria virtuale nel nostro quotidiano, ma anche di una rinnovata attenzione al GIC.
Non è invece cambiata, perché non deve cambiare, la vocazione del Giornale, che resta saldamente ancorato allo spirito storico delle origini. In un’era dominata dalle grandi testate anglosassoni, è lecito chiedersi quale sia l’attualità e la stessa opportunità di un giornale nazionale in italiano. In realtà, il GIC sembra godere di ottima salute, e continua a svolgere un ruolo importante per la comunità cardiologica nazionale, grazie anche a due indiscutibili vantaggi: l’essere scritto, appunto, in italiano, e il fatto di entrare ogni mese nelle nostre case, di essere ormai di famiglia. Il Giornale rappresenta la casa comune delle diverse componenti professionali afferenti alla Federazione Italiana di Cardiologia e l’interfaccia con gli organi scientifici delle società di settore; rappresenta l’interlocutore scientifico della Società Europea di Cardiologia e delle Istituzioni Sanitarie; contribuisce all’educazione e all’informazione scientifica continua; racconta e stimola la ricerca scientifica italiana, con particolare attenzione alle esperienze scientifiche ed organizzative peculiari della realtà nazionale; ed altro ancora. E proprio per gli obiettivi che si pone, il GIC, per quanto limitato all’ambito nazionale, non può essere un giornale “piccolo” o privo di ambizioni.
L’auspicio per noi è quello di continuare ad arricchirci, e in fondo a divertirci, nel cercare di rendere un servizio alla Cardiologia italiana, la cui ricchezza e vivacità culturale va molto al di là dei limiti strutturali e politici di cui spesso ci lamentiamo; e per il Giornale, quello di essere espressione accurata e fedele di questa vivacità, di non tradirla con l’inaridimento dei formalismi, del già detto o del detto male.
L’attività del Giornale in numeri
Nel corso dell’ultimo triennio, il GIC ha ricevuto circa dieci manoscritti al mese (un totale di 299 al settembre 2010), con una prevalenza durante i mesi invernali e una flessione durante il periodo estivo. Sono state inviate prevalentemente rassegne, seguite da studi osservazionali, casi clinici ed editoriali. I testi per le rubriche speciali (Processo ai Grandi Trial, Controversie, ecc.) sono stati richiesti su invito, così come sono state fatte su invito circa il 30% delle rassegne. Tutti i lavori, sia su invito che non, sono stati sottoposti a peer-review, da parte di un numero di revisori variabile da due (per le immagini e i casi clinici) a quattro. La percentuale di lavori rifiutati è rimasta piuttosto elevata durante il triennio, con punte di oltre il 40% nel 2010 (Figura 1). A fronte di questo dato, si è osservato un iniziale aumento dei lavori inviati tra il 2008 e il 2009, con un successivo calo nei primi 9 mesi del 2010. Anche se è difficile fare una analisi più dettagliata di questi dati, l’impressione è che ci sia stato un iniziale aumento di interesse nel GIC da parte degli autori, seguito da un effetto di “scoraggiamento” legato alla probabilità di un rifiuto; in teoria questo processo dovrebbe produrre nel tempo un miglioramento del livello del materiale inviato, ed un calo della percentuale dei rifiuti; ma



queste restano al momento supposizioni. Quello che è un dato di fatto, è che il GIC si conferma un giornale “nazionale” per provenienza dei lavori (Figura 2).




Appare invece solido il dato di un aumento costante di interesse per il GIC sulla rete; sia il numero di accessi che il numero di visitatori diversi presso il nostro sito ha visto un aumento impressionante, con valori quasi decuplicati in tre anni (Figure 3 e 4). Anche se non è possibile estrapolare da tali numeri il reale aumento di lettori del Giornale, il dato è di indiscutibile soddisfazione, e lascia ben sperare per uno sviluppo del sito web supportato dalle potenzialità del nuovo Editore.
In una minoranza dei casi (circa il 5%) i manoscritti inviati erano frutto di una ovvia duplicazione di lavori già pubblicati altrove in inglese dagli stessi autori (a volte senza che la fonte fosse debitamente citata in bibliografia). In due casi, le duplicazioni ci sono state segnalate spontaneamente da fonti accademiche indipendenti, in seguito all’identificazione mediante appositi software lanciati sul web. Nei casi più gravi, ciò ha portato al rifiuto immediato del lavoro. In altre circostanze, meno eclatanti, è stato richiesto agli autori di citare esplicitamente il lavoro originario, apportando le opportune modifiche in modo che fosse chiara la natura ancillare del manoscritto inviato rispetto alla pubblicazione primaria. In generale, è comprensibile che un autore riservi i dati migliori per la pubblicazione su riviste internazionali e ne presenti poi al GIC un sunto sotto forma di rassegna o come sotto-studio, a scopo divulgativo. Se così è, tuttavia, il principio adottato dal presente comitato editoriale è che la fonte sia dichiarata e citata in bibliografia, secondo i dettami della deontologia medico-scientifica.




Come nasce il Giornale
Il processo editoriale seguito in questi anni non è diverso da quello di molti altri giornali scientifici. Tutti i lavori che arrivano in redazione vengono inviati per posta elettronica all’editor e a ciascuno dei componenti del comitato editoriale. Mentre nel corso del 2008 ogni lavoro veniva valutato collegialmente, nei due anni successivi è stato deciso di identificare un editor associato responsabile del processo di valutazione relativo a ciascun manoscritto; tutto l’iter viene comunque condiviso con gli altri membri del comitato editoriale che sono invitati a contribuire con il loro parere. L’editor associato propone due revisori, che l’editor deve approvare. All’arrivo delle revisioni, viene formulata una decisione collegiale, condivisa in tempo reale con la redazione. La grande mole del lavoro avviene mediante uno scambio epistolare elettronico collettivo che ha cadenza quotidiana. Una volta al mese, il comitato editoriale si riunisce per preparare i fascicoli futuri, discutere nuove idee, distribuire i compiti principali, decidere i lavori da commissionare su invito, completare il processo di revisione per i manoscritti che hanno generato punti di vista contrastanti. Questa lunga e laboriosa attività non vedrebbe mai la luce senza l’apporto determinante del direttore editoriale dr.ssa Paola Luciolli, competente, professionale ed amabile anima del Giornale.
I revisori e le revisioni
La qualità di un giornale scientifico riflette in modo fedele il livello non soltanto degli autori, ma anche dei revisori. Il revisore ideale è colto, ha competenze specifiche sull’argomento del lavoro, è motivato in senso maieutico e non censorio, ha il tempo e la voglia di leggere con calma e offrire i consigli più adeguati, in modo imparziale. Ne deriva che il revisore ideale è una specie pro-
tetta, se non in via di estinzione. Fortunatamente, abbiamo beneficiato in questi anni di revisioni davvero eccellenti, decisive nel plasmare il prodotto finale e nel migliorarlo. Nei casi estremi, abbiamo ricevuto lavori estesamente riscritti, “miracolati” dal revisore, con risultati sorprendenti. Di contro, ci siamo spesso trovati di fronte a commenti inconsistenti, impulsivi, tranchant o buonisti, a volte del tutto inutilizzabili ai fini del processo editoriale. Se in molti casi ciò era chiaramente frutto di un lavoro affrettato, in altri traspariva in modo esplicito la scarsa familiarità con il processo di revisio-
ne, una insufficiente “alfabetizzazione” nei riguardi dei meccanismi basilari della pubblicazione scientifica. Ci siamo trovati di fronte a moduli di revisione in cui era stata compilata la sola griglia con le domande preliminari (che sono, appunto, preliminari rispetto ai commenti liberi per l’autore e per l’editor). Oppure a commenti talmente laconici da occupare poche righe, con l’immancabile copia-incolla dei commenti riservati agli autori nella finestra riservata all’editor. A proposito di questa ultima evenienza, tra l’altro, ci preme sottolineare come i commenti riservati all’editor rappresentino un qualcosa di molto diverso dai commenti per gli autori; questi ultimi devono avere una forma professionale, corretta, propositiva anche nelle critiche, e non devono assolutamente sbilanciarsi sull’opportunità o meno di pubblicare il lavoro. I commenti per l’editor devono invece esporre in modo molto franco quale sia la vera priorità del manoscritto, inquadrato nel panorama della letteratura esistente, e l’opportunità o meno di procedere alla pubblicazione dopo modifiche più o meno estese. 
Come sottolineato sopra, il GIC non può rinunciare a ragionevoli ambizioni di eccellenza. Il lavoro di revisori competenti e motivati rappresenta una conditio sine qua non per un miglioramento costante. Per quanto ovvio, questo non è scontato. Ci sono ad esempio settori dello scibile cardiologico che non è facile coprire senza ricorrere a un manipolo molto ristretto di persone competenti, spesso molto impegnate. Per quanto possa sembrare strano, è soprattutto il grande ambito della cardiologia clinica a creare problemi: mentre non è particolarmente difficile individuare revisori di livello per le branche subspecialistiche (emodinamica, elettrofisiologia, ipertensione, scompenso), lo è molto di più quando si tratta di valutare un lavoro con implicazioni cliniche e fisiopatologiche più ampie, un manoscritto cardiologico in senso lato. Questo paradosso è specchio dell’evoluzione della cardiologia negli ultimi decenni, e ripropone l’attualità del cardiologo clinico “perduto” nel panorama odierno.
Riservatezza, pressioni e conflitti
Un dilemma universale per gli editor, ma che si ripropone in modo più prepotente in un ambito nazionale, riguarda la confidenzialità del processo editoriale. La possibilità di esercitare un giudizio libero e indipendente su ciascun manoscritto è strettamente legato alla garanzia di anonimato per il revisore ed alla riservatezza del revisore stesso. La catena di confidenzialità garantisce serenità ed obiettività nei giudizi ed il suo rispetto definisce la qualità di tutto il processo in modo bidirezionale: da una parte la tutela del revisore, dall’altra quella del comitato editoriale. La comunità cardiologica italiana, per quanto numerosa, è sotto molti aspetti un piccolo villaggio virtuale in cui tutti, soprattutto a livello di subspecialità, si conoscono bene. Ogni infrazione della privacy editoriale è in grado di minare il rapporto di fiducia tra editor, revisori, autori e lettori del giornale. In questi anni, il problema si è posto soprattutto nel caso di documenti consensuali societari, in cui non è stato facile garantire l’anonimato dei revisori più critici. Ma facendo un bilancio, possiamo ritenerci molto soddisfatti del grado di riservatezza mantenuto, sia interna che esterna al comitato editoriale. In conseguenza di ciò, è stato possibile operare scelte non sempre facili o popolari e, in generale, esercitare un arbitrio veramente libero sul contenuto del Giornale. A tale libertà hanno contribuito un’ammirevole astensione da giudizi o pressioni da parte dei direttivi delle società afferenti alla Federazione Italiana di Cardiologia; allo stesso modo, è stato possibile mantenere un radicale affrancamento da pressioni dell’industria farmaceutica e biomedica sui contenuti dei numeri “canonici” del GIC, mentre è stata proseguita la tradizione di pubblicare supplementi monotematici che fossero dichiaratamente legati ad uno sponsor. In una parola, abbiamo potuto fruire dei presupporti di riservatezza e libertà sufficienti e necessari a lavorare in modo sereno e indipendente. Un privilegio non da poco.
La lingua
Scrivere prosa scientifica in italiano oggi è veramente una sfida: il gergo tecnico di qualunque disciplina è ormai un esperanto in cui termini anglosassoni veramente intraducibili permeano tutti gli aspetti teorici e pratici in modo capillare. Su questo tema i nostri puristi hanno versato fiumi di inchiostro; ed è un fatto che la globalizzazione ha comportato una penetrazione inesorabile del quotidiano da parte di vocaboli estranei alle nostre radici. A questo fenomeno contribuiscono due fattori principali: il primo e più ovvio è la sessantennale egemonia anglosassone sul mondo scientifico e, più recente, su quello informatico e del web; il secondo è rappresentato dalla diabolica abilità dell’inglese/americano nel sintetizzare in modo brillante concetti anche molto complessi in pochi fonemi. Gli esempi sono innumerevoli, ma solo per rimanere allo stretto ambito cardiologico, potremmo indire un concorso tra i lettori per provare a tradurre efficacemente ‒ e senza faticose perifrasi ‒ termini come “endpoint”, “aliasing”, “no-reflow”, “responder”, “sensing”, “cine-loop”, “untwisting”, “bypass”, e molti altri.
Ma questa non è certo la sede per un dibattito di semantica. Più prosaicamente, quello che ci siamo posti come problema, è quale sia il livello di contaminazione che possiamo ragionevolmente consentire agli autori in un giornale italiano. Soprattutto nelle branche subspecialistiche, si ha spesso l’impressione che un certo sfog-
gio di inglesismi sia del tutto gratuito, e quindi non giustificato. Ad esempio, utilizzare termini come “down-regolare” o “triggerato” è sinceramente brutto e non necessario. In linea generale, è prevalso il principio di consentire l’impiego di termini tecnici ormai ampiamente entrati nell’uso quotidiano, eliminando invece l’uso gratuito di termini facilmente traducibili per cui esiste un equivalente italiano di uso comune. Il dibattito su questo punto è peraltro aperto e destinato a rimanere molto caldo nel prevedibile futuro. 

L’esperienza dell’Arte Perduta di Guarire 
Una delle esperienze più significative di questo triennio è stata la pubblicazione a fascicoli del libro di Bernard Lown “L’arte perduta di guarire” sul GIC. La ricezione di questo testo, vibrante e sotto molti aspetti illuminante, ma a tratti naive e non proprio moderno, era tutt’altro che scontata. Fortunatamente, si è trattato di una scommessa vinta, a giudicare dalla risposta dei lettori. Vinta non solo e non tanto perché il libro è piaciuto, ma perché ha smosso opinioni e coscienze, ha creato dibattito, ha reso il GIC strumento di aggregazione e di scambio. L’esperienza ha avuto un degno epilogo con l’invito di Lown a Firenze, in un simposio che aveva il compito di dibattere il ruolo centrale della comunicazione con il paziente. E il libro è stato ripubblicato in modo indipendente a cura della Heart Care Foundation. Da un’idea nata ad una cena del comitato editoriale, alla resurrezione di un testo (commercialmente) sepolto. 




Conclusioni
Ha detto Voltaire che in una valanga, nessuno dei fiocchi di neve si sente responsabile. Se vogliamo girare la metafora al positivo, nessuno di coloro che contribuisce allo sviluppo della cultura e della scienza può ragionevolmente sentirsene il motore primo. Eppure, sono i piccoli quanti di energia individuale che determinano qualsiasi forma di progresso. Abbiamo cercato di fare del GIC uno strumento nuovo e migliore al servizio della comunità cardiologica italiana: un umile, ambizioso catalizzatore di valanghe.
Nel frontespizio di questo fascicolo avrete notato la copertina di Camera Work (Figura 5). Camera Work è stata un movimento ed una rivista fondata negli Stati Uniti da Alfred Stieglitz. Il primo numero della rivista Camera Work esce nel 1903 a New York e nell’arco dei quattordici anni di attività pubblica 50 numeri ricchi di saggi filosofici e poesie, di opere pittoriche e fotografiche. Una pubblicazione molto raffinata e di altissimo livello contenutistico che proponeva le immagini, gli scritti e l’arte dei più grandi talenti del periodo. Camera Work non fu solo una rivista presa come modello da tutto il mondo, ma rappresentò un cenacolo di artisti eccezionali che divennero, grazie agli scambi con scrittori, filosofi e pittori europei, i fautori della conquista della libertà di espressione dei professionisti e dei creativi dell’immagine fotografica.
Nel primo numero della pubblicazione trimestrale del 1903 compare la frase che chiarisce al pubblico le intenzioni del suo fondatore: “Rivista senza ‘Se’, coraggiosa, indipendente, imparziale”. A questo motto vogliamo ispirarci, sperando che la comunità cardiologica voglia seguirci con passione in questo viaggio.

Il Comitato Editoriale
del Giornale Italiano di Cardiologia