Concetti e preconcetti sull'uso degli anticoagulanti orali diretti in Italia: un comitato di consenso Delphi del Gruppo di Studio Aterosclerosi, Trombosi, Biologia Vascolare (ATBV)

Andrea Rubboli, Walter Ageno, Vittorio Pengo, Giuseppe Patti

RIASSUNTO: Nell’ultima decade, gli anticoagulanti orali diretti (DOAC) sono entrati nella pratica clinica di differenti specialisti per la prevenzione dell’ictus cardioembolico nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV) e per la prevenzione e il trattamento del tromboembolismo venoso (TEV). In considerazione delle persistenti incertezze circa l’uso dei DOAC in scenari clinici quotidiani non completamente esplorati dai trial, abbiamo condotto un consensus Delphi nazionale riguardo a tematiche ritenute interessanti da parte del Gruppo di Studio Aterosclerosi, Trombosi, Biologia Vascolare (ATBV) relativamente a: 1) paziente anziano e/o fragile; 2) insufficienza renale cronica; 3) interazioni farmacologiche; 4) dosaggi ridotti e sicurezza; 5) criteri di scelta dei singoli farmaci e compliance nei pazienti con FANV; 6) TEV nel paziente oncologico. Ottantaquattro clinici (cardiologi, internisti, geriatri, neurologi ed ematologi) italiani hanno espresso il loro livello di accordo su ciascuna affermazione utilizzando una scala di Likert a 5 punti (1: molto in disaccordo, 2: disaccordo, 3: accordo parziale, 4: d’accordo, 5: molto d’accordo). In particolare, i voti 1-2 sono stati considerati come disaccordo, mentre i voti 3-5 come accordo. Un accordo ≥66% tra i partecipanti per ogni affermazione è stato considerato consenso. In generale, dalla nostra iniziativa è emersa una larga e generale consapevolezza e condivisione delle modalità d’uso dei DOAC, ed in particolare la loro indicazione preferenziale nella popolazione anziana e nei pazienti fragili o con insufficienza renale od oncologici, sempre nel rispetto dei criteri di prescrivibilità e di riduzione della dose. Anche l’importanza della conoscenza delle interazioni farmacologiche è stata sottolineata in modo concorde, come pure quella della semplicità di trattamento nel paziente poli-trattato. In considerazione della persistente, seppur limitata (12%), assenza di consenso su alcune tematiche, relativamente a paziente fragile, interazioni farmaco-cibo e disponibilità di antidoto, l’acquisizione di ulteriori evidenze ed un persistente sforzo educazionale appaiono tuttavia indicate.