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DOI 10.1714/3254.32231 Scarica il PDF (492,2 kb)
G Ital Cardiol 2019;20(11):685-686



Un ricordo del Prof. Angelo Pierangeli (1932-2010)

Il Prof. Angelo Pierangeli nacque a Pescara il 19 Agosto 1932. Dopo aver conseguito la maturità classica a Pescara, frequentò la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, dove si laureò con il massimo dei voti discutendo la tesi “La terapia chirurgica delle stenosi esofagee da caustici”. Si specializzò dapprima in Chirurgia Generale e poi in Urologia presso l’Università di Bologna e nel 1970 a Torino in Angiocardiochirurgia.

Nel 1967 con la qualifica di assistente ordinario universitario fu chiamato a far parte dell’Istituto di Semeiotica dell’Università di Bologna e successivamente presso la Cattedra di Patologia Speciale Chirurgica con la qualifica di assistente ordinario. Nell’ottobre del 1974 divenne titolare della Cattedra di Chirurgia del Cuore e dei Grossi Vasi dell’Università di Bologna e Direttore del nuovo reparto di Cardiochirurgia. Incarichi che conservò fino al 19 agosto 2002.

Fu direttore della Scuola di Specialità di Cardiochirurgia dal 1979/80 fino agli anni 1998/99.

Fu autore di oltre 600 pubblicazioni scientifiche su argomenti di patologia chirurgica generale, di clinica chirurgica, chirurgia vascolare e chirurgia cardiovascolare.

Il 6 dicembre 2007 l’Università di Bologna gli conferì il titolo di “Professore Emerito”.

Ho voluto iniziare questo ricordo presentando un breve curriculum del Professore, le cui competenze scientifiche e cliniche spaziavano su tutti i campi della chirurgia, iniziata già da giovane seguendo gli insegnamenti del padre chirurgo, insieme al fratello Michele, eseguendo il primo intervento di appendicectomia all’età di 14 anni.

Una favola, la sua, che si è interrotta lentamente nel settembre del 2010. Ho avuto la grande fortuna di vivere accanto a lui questa meravigliosa favola. Il Professore è stato un uomo dal carattere mite, semplice, schivo e riservato, uno dei più illustri esponenti della cardiochirurgia italiana e, a mio parere, internazionale, dalla brillante carriera accademica. Un grande maestro della chirurgia nelle sue varie branche, che conservò sempre uno stile di vita che aveva nella semplicità e nella correttezza i suoi capisaldi.

Queste caratteristiche le aveva trasmesse nella sua attività chirurgica quotidiana, in sala operatoria, nel reparto di degenza e nel contatto con il paziente e i familiari. Tutti rimanevano affascinati dalla sua figura, dal suo sorriso e dalle sue parole.

La sua è stata una lunga carriera, costellata tante volte dalla scoperta di nuove tecniche e metodiche, diventate poi patrimonio di tanti gruppi chirurgici. Nel 1974, per esempio, insieme ai suoi collaboratori pensò che, utilizzando particolari accorgimenti tecnici, quali il reimpianto in blocco dei tronchi epiaortici su una protesi sostitutiva dell’arco aortico ed una precoce riperfusione di essi, la sostituzione del vaso potesse essere eseguita in tempi piuttosto contenuti, tali da permettere di portare l’intervento in arresto circolatorio con temperatura esofagea inferiore ai 18°C. Nel marzo dello stesso anno, usando questa tecnica, fu operato con successo un uomo di 63 anni per la prima volta al mondo.

Purtroppo il Professore pubblicò questa tecnica sulla Rivista della Società Medico-Chirurgica di Bologna, rivista prestigiosa ma non di risonanza internazionale. Cosicché, nel 1975, il merito andò al Dr. Randall Griepp dell’Ospedale Mount Sinai di New York, che pubblicò i primi 4 casi su una rivista molto conosciuta. La tecnica fu, poi, adottata in tutto il mondo finché negli anni ’90 fu introdotta e ripresa una vecchia tecnica già descritta da DeBakey e Cooley negli anni ’60: la perfusione anterograda del cervello cannulando direttamente le arterie epiaortiche in ipotermia moderata a 21-22°C.




Questa tecnica fu descritta dal chirurgo giapponese, Prof. Teruhisa Kazui. Nel novembre 1996, insieme al Professore, eseguimmo con successo il primo caso in Italia con questa tecnica, apportando subito dopo alcune importanti modifiche a quella descritta da Kazui. In particolare l’introduzione dell’ipotermia moderata a 26°C e l’introduzione di particolari cannule per la perfusione cerebrale. I primi 40 casi da noi operati e pubblicati ebbero un grande successo per i risultati ottenuti, tanto da destare la curiosità del Prof. Kazui, che volle venire da noi a Bologna per visitare il nostro Centro e assistere alla nostra attività.

Il Prof. Pierangeli ebbe il merito poi di impiantare per primo in Italia alcune delle protesi valvolari che ancora oggi sono impiegate nella chirurgia sostitutiva delle valvole cardiache.

Devo anche ricordare la sua attività nell’ambito della chirurgia sperimentale. Nei primi anni ’70 eseguì con successo un trapianto di fegato ad un maiale ed i primi impianti di pacemaker con il Prof. Gianni Plicchi, ricerca che diede luogo alla costruzione di particolari generatori a Bologna. Impiegammo questa tecnologia in migliaia di casi nel nostro Centro, con un tale successo che la multinazionale Medtronic, leader mondiale nel settore, la volle assorbire.

Il Professore, poi, aveva un’eleganza nei suoi movimenti in sala operatoria che ho visto in pochissimi colleghi nella mia esperienza sia in Italia sia nelle cardiochirurgie di tutto il mondo che ho avuto la fortuna di visitare. Cooley, Knaepen, Vermeulen, DeBakey erano i chirurghi che, a mio parere, avevano le sue stesse caratteristiche. Anche nelle situazioni più difficili e complicate non si scomponeva e non si agitava, conservava quella calma, quella signorilità che lo contraddistinguevano nella vita di tutti i giorni.

Era instancabile e molto attivo. Per tanti anni abbiamo iniziato l’attività operatoria alle 5:00 del mattino, senza mai mostrare il volto della stanchezza.




Era innamorato del suo lavoro, sempre aperto alle novità. Un grande maestro della chirurgia, una delle discipline più difficili ed affascinanti, che non ti permette di improvvisare, né di essere superficiale. Il suo attaccamento al lavoro, la sua capacità diagnostica, la sua tecnica chirurgica sono scolpiti come pietre nella memoria di tutti noi collaboratori, dei medici che con lui hanno lavorato, nel personale tutto. Era un uomo allergico alla retorica, che ha sempre dissimulato i prestigiosi successi professionali, preferendo all’immagine del celebre clinico quella di padre affettuoso e di grande sportivo. Aveva, infatti, una grande passione per lo sport e si sottoponeva a continue sfide nel tennis, in sella alla bicicletta, in mare con la vela, in montagna sugli sci. Ha dedicato ai suoi malati tutta la sua vita e tutte le sue risorse fisiche ed intellettuali, nello sforzo continuo di restituire speranza e vita a quelli che soffrono. È indubbio che il Professore, insieme a pochi altri, ha consentito ed aiutato la nascita, la crescita e l’evoluzione della cardiochirurgia italiana.

Aveva, poi, un amore particolare per una branca della cardiochirurgia, quella della chirurgia dell’aorta toracica e delle sue lesioni complesse. Questo interesse lo ha portato a far conoscere il nostro Centro in campo internazionale ed imporsi con risultati straordinari. Ma dietro il camice di illustre cardiochirurgo rimaneva sempre e solo don Angelo (così come veniva chiamato dai suoi pazienti abruzzesi) e Angiolino per gli amici.

Ho iniziato a lavorare con il Professore nel gennaio del 1975 ed ho continuato fino a quando, il 19 agosto del 2002, ereditai il suo posto di Professore e Direttore dell’U.O. di Cardiochirurgia del Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Ho trascorso intere giornate in sala operatoria con lui, frequentato tanti congressi nazionali ed internazionali, collaborato nella stesura di lavori e presentazioni. Abbiamo fatto migliaia di chilometri insieme in macchina, aereo e treno. Conservo di lui un ricordo indelebile ed un’ammirazione profonda. Era un uomo dolce, un galantuomo, un uomo di classe. Lo penso spesso in sala operatoria e racconto ai miei collaboratori cosa avrebbe fatto il Professore, cosa avrebbe detto in quella circostanza. Avverto spesso un senso di nostalgia, quando riaffiorano nella mia mente tante situazioni e ricordi di momenti trascorsi insieme, sempre nitidi, quasi veri, sempre graditissimi e cari al mio cuore.

Ci ha lasciati nel cuore di una notte di settembre del 2010, dopo avermi detto, lentamente e a fatica, che era stanco. La sua figura continua ad ergersi luminosa per noi tutti collaboratori, per gli amici, i familiari ed i suoi pazienti.

Roberto Di Bartolomeo

Cattedra di Cardiochirurgia

Università degli Studi

Policlinico S. Orsola-Malpighi, Bologna

e-mail: roberto.dibartolomeo@unibo.it

Il Pensiero Scientifico Editore
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