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DOI 10.1714/686.7951 Scarica il PDF (78,3 kb)
G Ital Cardiol 2007;8(9):552-558



Betabloccanti e ipertensione arteriosa. Evidence-based medicine o eccessivo accanimento?

Paolo Verdecchia, Fabio Angeli, Paola Achilli, Claudia Castellani, Salvatore Repaci, Giuseppe Ambrosio

Per oltre 30 anni i betabloccanti sono stati largamente impiegati nel trattamento di pazienti con infarto miocardico, angina pectoris, scompenso cardiaco congestizio, alcune aritmie cardiache e ipertensione arteriosa. Piuttosto di recente, tuttavia, il loro impiego è stato messo sotto accusa dai risultati di alcune ricerche cliniche controllate e metanalisi eseguite in pazienti con ipertensione arteriosa. In sintesi, i betabloccanti si sono dimostrati non superiori, o addirittura inferiori, rispetto ad altri farmaci antipertensivi, e solo marginalmente superiori rispetto al placebo. Tuttavia, è necessario esaminare questi risultati con molta cautela. Anzitutto, quasi tutti questi studi sono stati eseguiti in soggetti ipertesi anziani o con ipertensione arteriosa complicata da vari fattori di rischio concomitanti. Una notevole percentuale dei soggetti ipertesi che comunemente vediamo nei nostri ambulatori non sarebbe stata comunque inclusa in questi studi e quindi le conclusioni di questi studi non possono essere applicate automaticamente a tutti i soggetti ipertesi. Inoltre, le metanalisi eseguite su questo argomento lasciano il fianco aperto a varie critiche di tipo metodologico. Sorprendentemente, le recenti linee guida britanniche sull’ipertensione arteriosa hanno fatto propri i risultati di questi studi e hanno relegato i betabloccanti al trattamento dei pazienti ipertesi non adeguatamente controllati da almeno tre farmaci (inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina, diuretici, calcioantagonisti) in combinazione.
Poiché nella maggior parte degli studi considerati è stato impiegato l’atenololo, non è del tutto giustificato estendere le cautele e le riserve sui betabloccanti all’intera classe di questi farmaci. In particolare, alcuni betabloccanti di nuova generazione come il carvedilolo e il nebivololo possiedono proprietà vasodilatatrici periferiche assenti nell’atenololo e, di conseguenza, sarebbero privi degli effetti avversi dell’atenololo sulla pressione arteriosa centrale e sulla distensibilità arteriosa, come suggerito da alcuni studi. La presente rassegna prende in esame fatti e teorie sulle preoccupazioni attuali circa il ruolo dei betabloccanti nel moderno trattamento dell’ipertensione arteriosa.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 1972-6481