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G Ital Cardiol 2002;3(9):955-970



La nuova definizione di infarto miocardico: analisi del documento di consenso ESC/ACC e riflessioni sull'applicabilità alla realtà sanitaria italiana

Marcello Galvani, Mauro Panteghini, Filippo Ottani, Piero Cappelletti, Francesco Chiarella, Massimo Chiariello, Filippo Crea, Alberto Dolci, Paolo Golino, Cesare Greco, Gian Luigi Nicolosi, Mario Plebani, Marco Tubaro, Martina Zaninotto

Il recente documento dell’ESC/ACC Committee sulla ridefinizione di infarto miocardico (IM) ha introdotto la misurazione della troponina cardiaca come standard biochimico per la diagnosi di IM. Ciò in quanto si è in questi anni dimostrato che qualsiasi entità di danno miocardico, individuato dalla troponina, implica per il paziente una prognosi peggiore sia a breve che a lungo termine. I risultati di diversi studi indicano infatti che esiste una relazione continua tra il grado di elevazione della troponina e la prognosi. La nuova definizione di IM ha importanti conseguenze sull’approccio diagnostico e terapeutico dei pazienti con sindrome coronarica acuta. L’applicazione della nuova definizione è destinata ad aumentare i casi di IM di circa il 30% e a ridurre la mortalità per questa patologia.
Gli aspetti più controversi della nuova definizione sono: 1) l’imprecisione analitica ancora elevata di alcuni metodi di misurazione della troponina che è responsabile del frequente riscontro di elevazioni al di fuori di contesti clinici in cui è possibile attendersi danno miocardico. Per ridurre l’incidenza di questa evenienza proponiamo che si parli di elevazione della troponina in presenza di concentrazioni superiori a quelle corrispondenti ad un’imprecisione analitica totale del 10%. In questo lavoro mostriamo tali livelli decisionali per i principali metodi in commercio di misurazione quantitativa della troponina e ne suggeriamo l’impiego nella pratica clinica; 2) il numero di campioni richiesti per porre la diagnosi deve essere sufficiente a verificare la consistenza temporale delle variazioni delle concentrazioni in relazione all’esordio dei sintomi. Nel caso in cui sia disponibile solo un campione, od allorché il pattern temporale non sia coerente con il quadro clinico, suggeriamo la necessità di ottenere un’evidenza strumentale oggettiva che l’ischemia miocardica è la causa probabile del danno miocardico; 3) la diagnosi di IM dopo interventi di rivascolarizzazione percutanea rappresenta una situazione unica. Al contrario del danno miocardico che si osserva come conseguenza di un episodio di ischemia miocardica spontanea, i dati disponibili non supportano completamente il concetto che qualsiasi elevazione della troponina è associata ad una prognosi avversa. In assenza di studi definitivi su questo punto, suggeriamo di basare la diagnosi di IM dopo intervento di rivascolarizzazione percutanea su criteri convenzionali.
Infine proponiamo un riassunto (vedi testo) della nostra proposta di revisione della nuova definizione che è volto appunto a superare gli aspetti più controversi di quest’ultima.

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 1972-6481